Il cinema si sa è nato con un cortometraggio.
Fino al 1913 la durata massima dei lavori si
aggirava intorno al quarto d'ora: solo a partire
dal 1914 il lungometraggio di finzione divenne
la norma nella produzione cinematografica; accanto
ad esso continuavano però a sopravvivere le
commedie brevi, da Mack Sennet ai Bowery Boys,
fino a divenire serials televisivi negli
anni '50.
Queste opere brevi erano caratterizzati da personaggi
melodrammatici e da una struttura narrativa
di tipo classico: un "incidente" obbligava il
protagonista, contrastato da uno o più antagonisti,
a superare la difficoltà da esso derivata (si
veda ad esempio The Battle at Ederbrush Gulch
[1914] di Griffith o
Il vagabondo [1916] di Chaplin).
In questo senso è da considerare un cortometraggio
sui generis il capolavoro surrealista
di Buñuel-Dalì Un chien andalou [1929];
il film è stato pioniere in quell'indagine sperimentale
che cerca di tessere un dialogo tra concezioni
formali, cinematografiche e artistiche in senso
più lato, che è proseguita successivamente grazie
alle ricerche di artisti come Man Ray, Maya
Deren e, più recentemente, Stan Brakhage Micheal
Snow e Joyce Wieland.
Il cortometraggio ha conosciuto anche uno sviluppo
in chiave documentarista attraverso le opere
di John Grierson, Basil Wright e Edgar Anstey
dell'Empire Marketing Board in Inghilterra e
di Pare Lorentz e Willard Van Dyke negli USA.
Un altro genere risalente alla prima metà del
secolo scorso, nato dal lavoro commerciale di
Walt Disney è il breve filmato di animazione
(di durata prossima o inferiore ai dieci minuti),
prodotto per accompagnare la proiezione dei
lungometraggi.
Alla modalità narrativa del genere di animazione
si rifece successivamente lo spot pubblicitario,
i cui tempi erano spesso inferiori a quelli
delle storie a cartoni animati.
Prima del 1960 i giovani registi europei e i
gli allievi delle scuole di cinema americane
considerarono il cortometraggio come una palestra
e una sorta di gavetta per approdare al ben
più significativa opera di lungometraggio: è
il caso ad esempio di artisti come Roman Polanski
(che confezionò negli anni '50 autentici gioielli),
Alain Resnais, Francois Truffault, Martin Scorsese
(It's Not Just You, Murray! [1964]),
Oliver Stone, Geoge Lucas (L'uomo che fuggì
dal futuro [1970]).
In Nord America, attualmente, la situazione
non è cambiata notevolmente: il corto è da molti
considerato ancora come una fase di passaggio
per apprendisti, ma rimane tuttavia una forma
espressiva congeniale agli artisti sperimentali
e a quelli dotati di pochi mezzi.
Oggi il cortometraggio, soprattutto in Europa,
ha riguadagnato terreno.
I festival ad esso esclusivamente dedicati si
sono moltiplicati, la programmazione delle televisioni
e la distribuzione nelle sale attraverso programmazioni
specializzate è in costante aumento.
Ma se quanto sopra detto è veritiero per alcuni
paesi europei o per il resto del mondo, non
in ugual misura può essere detto per il nostro
paese.
In Italia si producono circa un centinaio di
cortometraggi all'anno, senza contare l'incalcolabile
produzione in video.
Alcuni di questi film godono di una buona carriera
cinematografica in Italia e all'estero, grazie
all'impegno di alcuni operatori culturali del
settore o alla caparbietà dei loro autori, mentre
la maggior parte delle opere resta nei cassetti
dei singoli registi. Il cortometraggio è cinema,
è una forma di espressione a parte, e pollice
verso per quanti lo vogliano ridurre ad una
semplice palestra per i nuovi autori.
La normativa italiana vigente definisce film
di cortometraggio "l'opera filmica, realizzata
da imprese produttrici nazionali, a contenuto
narrativo o documentaristico, con esclusione
di quelle con finalità anche parzialmente pubblicitarie,
di durata inferiore a 75 minuti".
Usualmente però viene riconosciuta come
cortometraggio un'opera cinematografica di qualsiasi
genere (fiction, documentario, animazione, sperimentale,
o insieme di generi) e formato (pellicola, video,
digitale e tutte le nuove tecnologie in via
di sviluppo) di durata inferiore ai 60 minuti.